FAQ

FAQ

Che differenza c’è fra uno psicologo e uno psicoterapeuta?

Lo psicologo non può svolgere attività psicoterapeutica ed è una persona che, dopo la laurea in psicologia, ha svolto il tirocinio di un anno necessario per sostenere l’Esame di Stato per Psicologo che ha superato. Per occuparsi del delicato ruolo di psicoterapeuta, occorre, all’iter appena indicato, aggiungere la frequenza di una scuola quadriennale di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca oppure essere medici con specializzazione in psichiatria.

E’ vero che uno psicoterapeuta deve essere stato analizzato a sua volta?

Dipende anche dall’indirizzo dello psicoterapeuta. Essersi sottoposti ad una analisi, soprattutto nel caso di uno psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico, è indice di serietà professionale, considerato che lo studio della teoria, la supervisione con un didatta e la propria analisi personale sono i tre pilastri su cui si basa la formazione di un buon psicoterapeuta.

Che cosa è l’indirizzo di uno psicologo?

E’ il suo approccio teorico e pratico al paziente e indica il suo modo di leggere le difficoltà che porta. Gli indirizzi prevalenti sono quello cognitivo comportamentale, quello sistemico, quello della gestalt e quello psicoanalitico, ciascuno dei quali fa riferimento ad autori e a teorie differenti.

La psicoterapia psicoanalitica si svolge solo sdraiati sul lettino?

Assolutamente no, soprattutto se la frequenza delle sedute è inferiore a tre alla settimana.

Una, due o tre sedute settimanali? Che differenza c’è?

L’assiduità nella frequenza delle sedute dipende dalla profondità del lavoro da svolgere e dai risultati che il paziente si aspetta dalla terapia. A suggerire quante sedute alla settimana sono consigliate è il terapeuta, a seguito dei colloqui iniziali. In linea di massima, più aumenta il numero delle sedute, più si scava lontano nel tempo della vita del paziente, più la relazione con il terapeuta è profonda e più consistenti sono i cambiamenti del paziente.

E’ vero che per poter beneficiare di una psicoterapia psicoanalitica occorre essere persone di un elevato livello culturale?

No. E’ il terapeuta che deve adeguarsi al paziente e non viceversa.

Ci si innamora davvero dello psicoterapeuta?

Il paziente occupa uno spazio importante nella mente del terapeuta da cui si sente pensato. Gli parla della sua storia di vita, delle sue paure, delle sue difficoltà e dei suoi vissuti, per ricevere un ascolto empatico. La relazione fra paziente e terapeuta, quindi, emotivamente, è molto intima. Il legame che li unisce può arrivare ad essere anche molto profondo, ma non si tratta di amore, bensì di una riedizione delle relazioni importanti del paziente che vengono rivissute e risignificate insieme al terapeuta il cui ruolo, soprattutto se la frequenza delle sedute è assidua, consiste anche nell’interpretarlo.

Perché la psicoterapia psicoanalitica attribuisce così tanta importanza all’infanzia e ai genitori del paziente?

Perché la relazione che si instaura con i propri genitori si configura come un vero e proprio modello non soltanto per le relazioni che si hanno da adulti, ma anche e soprattutto per quella che si ha con se stessi. Se, per esempio, un figlio non è stato riconosciuto e apprezzato da sua madre, difficilmente sarà circondato da persone che lo stimano e difficilmente avrà un buon livello di autostima. Conoscere e analizzare la relazione che si è avuta con i propri genitori è quindi necessario per promuovere davvero il cambiamento.

Lo psicoterapeuta dà dei consigli?

Nessuno meglio del paziente sa che cosa è meglio fare. Consapevole di questo, il terapeuta non dà consigli. Il suo ruolo, piuttosto, consiste nell’aiutare chi si rivolge a lui a comprendere meglio quali sono i motivi che ostacolano le sue scelte, che cosa vuole fare davvero, indipendentemente dai condizionamenti esterni, e nell’attivare in lui le risorse per raggiungere gli obiettivi che desidera effettivamente raggiungere.

Lo psicoterapeuta è tenuto al rispetto del segreto professionale?

Certamente, chi non lo rispetta commette una grave inottemperanza della deontologia professionale. L’articolo 11 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani recita infatti ‘Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto, non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate’.

E’ vero che uno stesso terapeuta non può seguire due persone della stessa famiglia?

Si. Se lo facesse, perderebbe la sua neutralità e rimarrebbe condizionato dalla conoscenza diretta delle persone di cui il paziente gli parla e non riuscirebbe così a prestare davvero ascolto ai vissuti che gli porta.

Che differenza c’è fra analisi e psicoterapia analitica?

Dal punto di vista prettamente formale, la psicoterapia prevede uno o due sedute alla settimana, l’analisi richiede una frequenza più assidua poiché scende più nel profondo delle dinamiche del paziente. Nell’analisi, inoltre, il rapporto fra paziente e terapeuta è oggetto di un’indagine più dettagliata. L’analisi porta così a cambiamenti più radicali di quelli che si verificano in un ‘normale’ percorso di terapia.

Lo psicoterapeuta prescrive psicofarmaci?

No, lo psicologo psicoterapeuta non è abilitato a prescrivere psicofarmaci, anche se è tenuto a sapere come funzionano e quali conseguenze comportano in chi li assume.

 

La psicoterapia si può scaricare dalla dichiarazione dei redditi?

Certo, la psicoterapia, sia quella individuale sia quella di coppia, è una prestazione sanitaria a tutti gli effetti. È quindi possibile portare in detrazione dall'Irpef il 19% del suo ammontare.

E’ vero che il terapeuta non giudica?

Il ruolo del terapeuta non è né quello di ‘giudicare’ né quello di ‘assolvere’. Il suo compito consiste, invece, nell’aiutare le persone ad essere più consapevoli di quello che fanno e soprattutto dei motivi per cui lo fanno. Anche i sintomi ritenuti dai pazienti più ‘fastidiosi’, hanno una loro precisa ragione di essere e sono la soluzione di compromesso che una persona ha saputo trovare per fare fronte alle sue paure e alle sue difficoltà. Per ridurne la portata e limitarli, fino a farli scomparire, è quindi necessario comprendere ed elaborare le ragioni che li sottendono, un lavoro che è molto difficile, se non impossibile, poter fare da soli.

In che cosa si differenzia la terapia di coppia da quella individuale?

Nella terapia di coppia, l’oggetto di indagine del terapeuta è costituito dalla relazione che i due instaurano fra loro le cui dinamiche vengono viste ‘in presa diretta’, cioè per come si manifestano anche durante le sedute. Nella terapia individuale, si osserva soprattutto ciò che riporta il paziente, in base ai suoi ‘filtri’ e al suo modo di sentire, vivere, interpretare e affrontare le relazioni e le difficoltà che porta. Viene da sé che gli aspetti simbolici e il modo in cui il paziente ‘legge’ la propria realtà sono il focus su cui si concentra il lavoro. In genere, inoltre, la terapia di coppia, ha una durata inferiore a quella individuale, proprio perché si tratta di un lavoro diverso.

Perché i sogni sono così importanti in una psicoterapia psicoanalitica?

Freud (1899) li ha definiti nei termini di ‘via regia per l’accesso all’inconscio’. Come tali, costituiscono ‘una formazione psichica densa di significato’ che è compito del terapeuta, grazie alla tecnica delle libere associazioni, esplicitare. Possono essere considerati come l’innata capacità di ogni individuo di elaborare inconsapevolmente le proprie esperienze di vita, soprattutto quelle di cui non si ha memoria conscia e quelle che non sono state sufficientemente elaborate nella veglia poiché, per esempio, sono state traumatiche. Hanno inoltre la funzione di trasformare in immagini i desideri, le emozioni, le angosce e anche il funzionamento mentale del sognatore.

Che cosa è un sintomo?

Dall’ansia alle ossessioni, dall’insonnia fino a particolari comportamenti sessuali e comunque ad attività le cui motivazioni sfuggono a chi le pratica, come per esempio, il gioco o l’uso di alcool o altre sostanze, i sintomi sottraggono molte energie a chi li accusa, suscitano una grande sofferenza e sono ciò che spinge una persona a rivolgersi ad un terapeuta. Sono da leggere come un ‘campanello di allarme’, il segnale di un disagio, la soluzione di compromesso non consapevole che la persona è riuscita a trovare per proteggersi dalle angosce ad essi sottese. Ascoltarle, esplorarle e conoscerle con l’aiuto di un terapeuta consente di ridurle, fino alla scomparsa del sintomo che, in qualche modo, le nasconde.

Che cosa è il setting?

E’ rappresentato dalle ‘costanti nel cui ambito si svolge il processo psicoanalitico’ (Genovese, 1988) ed è costituito da un insieme di regole, limiti professionali e, soprattutto, dall’atteggiamento con cui il terapeuta si pone nei confronti del paziente.

Includono l’onorario, l’assetto dello studio, il segreto professionale, l’assenza di un contatto fisico e di una frequentazione fra i membri della coppia terapeuta e paziente al di fuori della stanza di analisi, la durata e la cadenza delle sedute - che dovrebbero svolgersi negli stessi giorni e allo stesso orario - nonché le separazioni periodiche, regolate e annunciate con il necessario anticipo, affinché possano essere elaborate. Il tutto deve essere organizzato in modo da creare ‘un contesto protetto e sicuro all’interno del quale il paziente può sentirsi libero di dire o di provare qualsiasi cosa, senza il timore che ciò abbia conseguenze negative per la relazione’ (Gabbard, 2011).

Che cosa sono i meccanismi di difesa?

Sono risorse di cui ciascuno di noi dispone per fare fronte all’angoscia. La loro funzione, quindi, è determinante per la crescita e lo sviluppo di una persona. Contribuiscono, infatti, a favorirli e a rendere accettabili momentanei periodi di difficoltà. Sono numerosi, complessi, e, per garantire una maggiore efficacia, agiscono spesso in maniera combinata fra loro. Si attivano in maniera involontaria e scattano in automatico, senza che noi ce ne rendiamo conto e anche quando non lo vogliamo. I meccanismi di difesa non intervengono solo in momenti di effettiva difficoltà, come, per esempio, nel caso di una separazione. Ma anche di fronte a mutamenti che ci possono portare a migliorare la nostra condizione e che, mettendo in discussione vecchi equilibri, possono essere destabilizzanti. Affinché siano effettivamente adattivi, i meccanismi di difesa dovrebbero essere flessibili e reversibili per potersi ‘disinnescare’ e allentare, superate le difficoltà che li hanno fatti scattare o alla luce di nuove esperienze positive. Se, tuttavia, si è costretti a ricorrere ad essi troppo spesso o per un periodo di tempo troppo prolungato, o soltanto ad alcuni e in maniera massiccia, si ‘sclerotizzano’ e vengono ‘incorporati’, diventando parte integrante del nostro funzionamento psichico, senza la possibilità di essere ‘disattivati’. La conseguenza può essere un progressivo inaridimento emotivo. Si ‘traduce’ nella perdita della capacità di avvertire le emozioni intense come tollerabili e nell’incapacità di affrontare, sopportare, elaborare e ‘digerire’ stati mentali profondi di odio, di amore, di abbandono, di gratitudine, di gioia etc.